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Armi o attrezzature: il potenziamento delle arti marziali cinesi
articolo redatto dal Maestro Isidoro Li Pira, pubblicato sul numero 4 della rivista MAK
La realtà sportiva attuale concentra la sua attenzione sui metodi di allenamento che si concentrano particolarmente sul potenziamento muscolare.
Tutti gli atleti: calciatori, maratoneti ciclisti ecc.., in riferimento al tipo di prestazione desiderata, combinano alla loro attività l'uso di attrezzi liberi e/o delle macchine. Il culto per il corpo è diventato oggigiorno uno dei maggiori richiami mediatici, e l'incremento dei centri sportivi e delle proposte del settore ha raggiunto un successo neppure sperabile anche solo 10 anni fa.
Riflettendo su ciò ci si può domandare come sia possibile che tanti mezzi, tecnologia ed informazione non abbiano toccato l'ambiente delle discipline marziali tradizionali.
È appurato che alla base del concetto di studio delle arti marziali vi sia una conoscenza profonda e scientifica per il corpo, quest'ultima fonda i suoi principi sulla medicina tradizionale cinese, ben conosciuta dai grandi maestri Orientali.
Per tale ragione l'esercizio di condizionamento, rafforzamento e potenziamento del corpo è conosciuto e praticato da millenni, ancor prima che lo stesso divenisse una moda internazionale.
Nonostante ciò la differenza dei metodi di allenamento è quantomeno stravolgente, se si tiene conto che la maggior parte di chi si dedica alla cultura fisica lo fa per la bellezza esteriore, coloro che si esercitano per coadiuvare la propria attività sportiva invece hanno come obiettivo principale la prestazione fisica.
Prerogativa principale dell'addestramento con gli attrezzi nelle arti marziali è lo sviluppo strutturale. Per ciò s'intende il rafforzamento delle articolazioni, costantemente messe a dura prova durante le continue evoluzioni del corpo.
Unitamente alla struttura osseo-articolare si trattano le fasce legamentose e tendinee che nell'allenamento fungono da elementi per l'estensione e la ritrazione degli arti e del tronco.
Con un'attenzione particolare infine, si prende in considerazione il tessuto muscolare, che nell'esercizio delle arti marziali cinesi è individuato come il promotore del movimento e della distribuzione dell'energia che circola insieme al sangue.
Elencate con scopi generici le tre strutture principali citate sopra verranno trattate specificatamente in un prossimo articolo.
Ciò che è importante considerare che la base di questa suddivisione è un concetto filosofico denominato "san qiai". Quest'ultimo sviluppato dalla medicina tradizionale cinese, nelle arti marziali prende il nome di "san bao" ed ha stretta connessione con il principio di sviluppo funzionale dei tre corpi: quello strutturale e di potenza; quello d'equilibrio, e quello dinamico.
Da ciò prende forma e considerazione tutto l'allenamento propedeutico, che non considerando esclusivo il potenziale fisico, sviluppa nel discepolo una singolare autocomprensione dei mezzi in suo possesso, affinché egli stesso riconosca ed acquisisca elementi del suo corpo fisico e psichico in continua evoluzione con la sua natura e non con la prestazione.
Se nella seconda uscita di MAK abbiamo trattato il lavoro interno "nei gong" come parte integrante per la formazione propedeutica, vediamo in queste pagine quello che insieme ad altri metodi si individua nel lavoro cosiddetto esterno "wai gong".
Di quest'ultimo tratteremo le armi, della loro presenza, del loro influsso e del loro ruolo.
Innanzi tutto è bene sottolineare che le armi erano e sono parte integrante dello studio delle arti marziali Orientali. Non esiste disciplina che non ne preveda l'uso anche se non sempre quest'ultimo è strettamente legato all'aspetto bellico.
Le armi dal canto loro accompagnano la nascita delle discipline marziali fin dalla loro nascita, il culto, la pratica e la mitologia ne hanno sempre rappresentato la presenza, sia negli ambienti nobili, come in quelli militareschi, che negli ambiti più comuni alla popolazione.
Fra le antiche civiltà indiane, già migliaia di anni or sono, sistemi codificati come il Vajnamukti utilizzavano doppi tridenti, mentre gli adoratori della dea Kali erano abili nell'uso di una speciale frusta di seta, al cui fine vi era una sfera di metallo. Il Kalaripayat un'altra arte del Sud dell'india ha ancora oggi nel suo repertorio l'"urumi", un'arma flessibile dalla lunga lama combinata con un piccolo scudo.
Molte armi comuni al repertorio indiano si sono sviluppate e modificate successivamente fra le arti marziali che successivamente hanno avuto origine nei territori confinanti all'india e quindi in tutto il territorio asiatico. Altre armi invece, come i "piao", dardi da lancio specificatamente comuni nelle arti di appartenenza cinese e coreane, pur sviluppandosi nelle svariate forme d'utilizzo, sono rimaste strettamente legate a pochi esperti, i quali ne usufruivano per fini specifici legati alla propria vita (guardie del corpo, killer).
Armi più classiche, oltre ad essere rilegate all'uso marziale caratterizzano ancora oggi la leggenda mitologica legata alla cultura cinese. Un'esempio specifico sono la spada "qian" e l'alabarda "quan tao".
Il concetto di uso di questi attrezzi è sottilmente legato all'addestramento in quanto sia per un aspetto tecnico del maneggio, come pure per la praticità, richiede il coinvolgimento di tutto il corpo di chi le impugna. Tale maneggevolezza inoltre non è semplicemente legata alla capacità di brandire l'arma, bensì di maneggiarla con piena conoscenza dell'uso, delle proprietà d'attacco e difesa, e della potenzialità. Ciò contempla un suo proprio principio applicativo legato all'addestramento, che non può quindi, essere puramente fisico, ma anche psichico, per ciò che concerne l'attenzione ad adattarsi ai continui cambiamenti dovuti al maneggio durante il combattimento.
Questo concetto spiega sinteticamente come sia importante, per il praticante di arti marziali, concepire l'arma, non come un semplice strumento, bensì come una parte integrante del suo corpo e quindi mentalmente presente in esso.
I cinesi amano colorire questo aspetto definendolo lo spirito dell'arma e riponendo nell'attrezzo una sorta di anima, essenziale allo sviluppo artistico del maneggio.
È quindi ovvio pensare che l'evoluzione delle armi e del loro stesso maneggio si sono evoluti contemporaneamente con la crescita dell'individuo, inserito nel suo contesto naturale ed in relazione alle sue necessità.
Fisiologia delle armi
Alla base di tutto il repertorio artistico, fra le armi principali, quelle che per forma, utilizzo tecnico e differenza si pongono in primo piano sono: il bastone, la sciabola, la lancia e la spada.
Queste ultime compongono la formazione essenziale del discepolo di "Kung Fu Wu Shu". Ogni stile tradizionale ne prevede l'apprendimento, considerando quest'ultimo essenziale per la costruzione morfologica del praticante.
Ogni arma, elaborata singolarmente, permette di specializzare determinati attributi fisici e psicologici, che nel praticante, determinano con certezza le caratteristiche fondamentali della sua evoluzione.
Bastone "Gun"
Il bastone delle arti marziali cinesi è considerato il padre di tutte le armi lunghe. La leggenda cinese associa questo attrezzo ad un personaggio mitologico definito il "re delle scimmie". Raffigurato con un copricapo, polsiere e cintura borchiate, mentre cinge un bastone fra le mani, governava gli equilibri della foresta con giustizia. Lo stile di Wu Shu denominato "hou chuan", boxe della scimmia, ancora oggi ricalca le gesta artistiche dello spirito mitologico del "re delle scimmie", mimando quest'ultimo nel maneggio del bastone, che in questo caso è di metallo rigido, appositamente appropriato per le evoluzioni che vengono compiute grazie ad esso.
Il bastone a differenza della scuola, stile e collocazione può essere di forme e misure differenti. In generale è di legno di giunco, ma ne esistono anche di altre qualità. Il piť diffuso è quello che cresce nelle foreste dello Henan, miticamente utilizzato dai monaci di Shao Lin.
Per la sua forma e consistenza il bastone è associato fisiologicamente alla struttura osseo-articolare. Ciò è dovuto alle proprietà che caratterizzano l'arma, questa può essere eretta e consistente ed al tempo stesso flessibile ed insidiosa, proprio come si esige dalla propria costituzione ossea, solida e flessibile nelle giunture. Rotazioni di vario tipo, da fermo ed in movimento come pure tecniche di controllo ed affondo, coinvolgono tutta la struttura del corpo in maniera dinamica. L'addestramento appropriato permette al praticante di sviluppare controllo, non solo nel maneggio, ma anche a che si riferisce psichicamente alla sua capacità di associare l'uso del corpo coinvolto nel movimento, salvaguardandone la struttura funzionale, che in questo caso è appunto quella delle giunture e delle ossa.
Nello stile Choy Lee Fut, ne esistono due tipi, con relative differenze di maneggio: il primo di forma conica, ha un'estremità a sezione più piccola, definita punta, dell'altra che è specifica per l'impugnatura. Misura 250 cm di lunghezza ed è utilizzato da una sola parte. Costituito da un legno molto robusto, come l'abete, per le sue proporzioni ed utilizzo è definito come "coda di topo".
Il secondo tipo di bastone utilizzato nello stile è il classico bastone a due punte "suan jian", più piccolo del primo è normalmente proporzionato all'altezza del praticante con il suo braccio esteso. Di sezione simmetrica può essere costituito da legno differente, comunque non troppo flessibile, o morbido.
La sciabola "Dao"
La sciabola è al contrario del bastone l'arma più comune delle arti marziali cinesi. Utilizzata principalmente dalla cavalleria dall'esercito, veniva utilizzata comunemente da tutti coloro che potevano portare un'arma. Simile ad una scimitarra, quindi ricurva, possiede un solo taglio affilato a mezzaluna. Con la sua lama a differente sezione e la sua forma ricurva anche nell'impugnatura , garantiva un'ottima bilanciatura, oltre che una giusta ripartizione della forza del fendente. Guarnita di drappi di stoffa dai colori sgargianti all'estremità dell'impugnatura, che permettevano di eludere l'attenzione dell'avversario, la sciabola tradizionale può avere diverse dimensioni, che approssimativamente si relazionano a chi la brandisce.
Esistono diverse varianti della sciabola, che normalmente sono associate all'uso bellico.
Per la sua forma, le sue caratteristiche ed il tipo di tecnica di utilizzo, la sciabola viene associata fisiologicamente allo sviluppo fisico muscolare. La sua conformazione, durante l'utilizzo pratico, impegna il praticante in un lavoro di forza dinamica che è associata all'energia che circola nei muscoli. Essendo quest'ultima ampiamente relazionata al sangue che scorre nei vasi sanguigni, secondo la medicina tradizionale cinese, il muscolo deve agire come una fascia armonica in grado di estendersi e di ritrarsi senza contrarsi, allora il Qi fluirà in abbondanza nel sangue.
La lancia "Jiang"
Considerata come la regina delle armi lunghe, la lancia proviene dall'arsenale bellico dell'esercito.
Composta da una lunga asta di legno normalmente di differente sezione, termina con una punta di metallo appuntita, guarnita di un mappo, alla base di inserimento all'asta, generalmente di colore rosso. Quest'ultimo serviva a non fare colare il sangue sull'asta, oltre che a confondere la punta acuminata.
Le diverse dimensioni e forme del puntale è caratterizzato dalla varietà di applicazioni nel contesto dell'esercito. La cavalleria, per esempio, utilizzava lance corte e con puntali sottili, mentre la fanteria al contrario, aste lunghe e puntali più consistenti, talvolta con uncini per garantire anche l'aggancio ed il disarcionamento dei guerrieri a cavallo.
La specialità tecnica della lancia è quella di estendersi all'estremo e di ritrarsi velocemente, con un movimento che si evolve in senso spiraliforme. È per tale ragione che il suo maneggio tecnico è associato alla funzionalità dei legamenti e dei tendini. Avendo questi ultimi la funzione fisiologica di tenere fra loro le articolazioni ed a queste agganciare i muscoli, risulta evidente l'associazione funzionale che le tecniche della lancia ricoprono nel ruolo di completare il lavoro strutturale del corpo, permettendo alle due strutture precedenti di esprimersi con il massimo del risultato.
Il lavoro sui tendini ed i legamenti è, nelle arti marziali cinesi, una raffinatezza che è solo comune a queste ultime, tale da esprimersi in una arte specifica denominata "yi jin jing", esercizi per cambiare le ossa ed i tendini.
La spada "Qian"
Di sezione triangolare simmetrica, la spada ha un doppio taglio con una punta acuminata. All'estremità opposta l'elsa precede l'impugnatura, quest'ultima lunga per consentire la presa con due mani, termina con un pomo pesante per il bilanciamento dell'arma. All'estremità del pomo due lunghi mappi variopinti, permettono allo spadaccino di eludere gli attacchi dall'attenzione dell'avversario.
Il fodero che la contiene bennato in più parti talvolta viene usato in combinazione con l'arma.
Come già accennato in precedenza la spada ricopre il ruolo di regina incontrastata in eccellenza, non solo fra le armi ma anche per ciò che riguarda la cultura mitologica. Ad essa sono legate leggende fantastiche di cavalieri erranti che possedevano spade forgiate da mitologici Dei, che conferivano alla spada poteri mistici in grado di combattere le forze occulte e spiritiche del male. I grandi Imperatori erano legati al culto della spada, che ne possedevano di forgia accurata affinché avesse elementi propiziatori e di dominio.
Ancora oggi in Cina, con l'idea di indirizzare il proprio figliolo alle arti marziali e quindi a fortificarne lo spirito gli si fa dono di una spada.
La lama della spada accuratamente forgiata era molto più sottile della sciabola, ciò per garantirne maneggevolezza e flessibilità. Il maneggio della spada infatti differisce considerevolmente dalla sciabola per la velocità che viene inferta dallo spadaccino alla lama durante il maneggio. La capacità di insinuarsi, di essere presente nella copertura del corpo, nel ritrarsi e nell'estendersi, fanno della spada l'arma più versatile per eccellenza.
Succede talvolta che un discepolo non apprenda mai l'arte della spada e ciò non perché il suo maestro gli neghi questo diritto, bensì per il fatto che in lui non sono presenti le caratteristiche essenziali per la destrezza dell'arma.
Traspare quindi la raffinatezza d'utilizzo dell'arma, che non essendo solamente legata alla conformazione strutturale del praticante ha la necessità di essere l'estensione del suo corpo mente e spirito. Il lavoro congiunto di tutte le strutture fisiche, unitamente alla praticità di combinarle ed utilizzarle alla massima potenzialità, richiede dovizia, attenzione, sensibilità ed intuizione.
Doti queste che se erano essenziali per un discepolo di arti marziali a salvaguardia della sua vita stessa, risultano fondamentali ancora oggi quando si pensa all'individuo non come una macchina, ma come un essere indivisibile fatto di corpo mente e spirito in grado di evolvere e di adattarsi.
In conclusione quindi si può dedurre come lo studio profondo e specifico di ogni elemento nelle arti marziali ricopra una forma educativa, in grado di far maturare nell'allievo la sua forza evolutiva.
Talvolta in Occidente si tende a concentrare gli sforzi sugli aspetti pratici e pragmatici di un attività, addestrandosi al combattimento e trascurando i principi educativi dell'"Arte marziale, ciò ritenendo superfluo l'addentrarsi nei valori che la sostengono.
Approfondire con il desiderio di scoprire e di comprendere non sempre significa disperdersi nei meandri tecnici del gesto e nella quantità di nozioni, ma è un atto di rispetto verso conoscenze millenarie che nel tempo hanno saputo mantenere vivo il concetto di arte legata alla continua evoluzione, nella quale è insito il mito della giusta "via" e nella quale forza e rettitudine si fondono all'unisono, affinché ogni discepolo si riconosca nei successi con la piena coscienza del "sé".
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